È tutta scena, intervista a Carlo Sezzi

È tutta scena: Mauro Piredda inaugura il ciclo di interviste con Carlo Sezzi, direttore della Scuola Civica di Siniscola e artefice di uno studio di registrazione autogestito nel centro delle Baronie

Intervista a cura di Mauro Piredda del 14 maggio 2021 pubblicato su “Sa scena”

Di scena. O di comunità. È di questo che abbiamo parlato con Carlo Sezzi in questa prima di una serie di interviste pensate dalla nostra redazione per conoscere lo stato di salute del settore direttamente dalla bocca degli attori del circuito. Il nostro, con o senza bacchette, ha un lungo curriculum ultratrentennale: dalle borse di studio per i seminari jazz di Nuoro (era il 1994) alla direzione artistica del “Uanciufree jazz festival” (fino al 2012) passando per il combat rock dei Kenze Neke, il suo quartetto con base a Bruxelles, i funambolici Nasodoble, la partecipazione al consorzio “Quinto Moro” e innumerevoli collaborazioni con autori e compositori internazionali di differente estrazione. Attualmente dirige la Scuola civica intercomunale di musica “Mea” nata a Siniscola nel 2018, originariamente limitata al Comune capofila e ai centri limitrofi (PosadaTorpè e Lodè) e ora divenuta una struttura con riferimento all’Unione dei Comuni del Montalbo (nel 2019 entra a far parte del consorzio sonoro anche il comune di Bitti e nel 2020 si aggiungono anche LulaOnanìOrune e Osidda). Ed è da qui che partiamo per entrare nel cuore del discorso.

Carlo, sei il direttore artistico della Scuola civica Mea. Sei anche un musicista. Se fossi uno dei ragazzi che la frequentano, che tipo di allievo saresti?

Comunità che fa rima con socialità, concetti e pratiche messi a dura prova in questo periodo.

L’esistenza della Scuola civica oggi è un atto di resistenza. E tanto più lo è in questo contesto pandemico che accentua una tendenza fondamentalmente opposta e contraria a quel che noi facciamo e vogliamo essere. Ossia: stanno facendo di tutto per renderci comodamente isolati in una prospettiva individuale. La nostra prospettiva è artistica e, sebbene la tecnologia aiuti, risolva in parte problematiche legate all’isolamento e alla solitudine, fornisca mezzi e strumenti di formazione, essa non potrà mai sostituire la comunità reale per creare quel qualcosa che si chiama musica e che si manifesta tramite socialità: sale prove, concerti, laboratori, didattica.

Sarei l’allievo ideale e ti dico questo a ragion veduta. Quando eravamo noi i giovani che iniziavano a muoversi nella scena musicale, belli ruspanti e carichi di passione e poesia, strutture del genere non ce n’erano. Ma c’è dell’altro: sicuramente il concetto stesso di Scuola civica è stato venduto male nel tempo. C’è chi lo ha sempre concepito come un dispensario di lezioni in stile oratorio. E non è certamente quello che serviva ai giovani di allora né quello che serve oggi. Il concetto di Scuola civica ha più a che fare con quello di comunità di musicisti – allievi e maestri – che si confrontano tra loro e, insieme, con il territorio. Io per avere questo confronto sono dovuto uscire fuori. Una bella fortuna, certamente, e anche una grande palestra. Ma la palestra possiamo farla tranquillamente anche qui, dove abbiamo un fior fiore di musicisti determinati e capaci di prestarsi per le diverse esigenze degli allievi: da quelle di base a quelle specialistiche. E abbiamo anche una filosofia particolare che pone i ragazzi al centro, con l’obiettivo di renderli protagonisti principali di questa comunità.

E con il virus dei talent, come la mettiamo?

I talent non sono una realtà comunitaria, ma televisiva. Rispondono a una logica commerciale e sfruttano talenti in quella direzione. In ogni caso mi verrebbe da dire che sono dei fenomeni del passato; è chiaro che l’industria culturale ha la necessità di fare qualcos’altro per sfruttare i talenti. Ma a prescindere da questo noi ci poniamo il problema di farli emergere senza che si abbia bisogno di quelle dinamiche. Noi pensiamo che il musicista debba mirare alla ricostruzione di quella comunità accennata poc’anzi. È quello l’ambiente dove possono emergere i talenti. E a tale comunità vi partecipano i musicisti, ma anche chi musicista non è. È un obiettivo ambizioso, ma come Scuola civica lavoriamo in tale direzione.

Ma facci un esempio di questa comunità.

Un esempio è quello delle sale prove comunitarie che abbiamo a Siniscola e nella frazione di La Caletta, nel caseggiato che è sede della Scuola civica. A Siniscola usufruiamo degli spazi della fondazione Farris Tedde, con un ottimo auditorium per ensemble acustici, duetti, corali e studi al pianoforte, visto che lì ne abbiamo uno a coda. La sala di La Caletta si presta meglio per i gruppi rock. Entrambe le sale saranno gestite direttamente dai ragazzi, da un gruppo di volontari, il “MeaCore”. Certo, abbiamo un regolamento, un registro presenze, sappiamo chi entra e chi esce, ma è essenziale che i ragazzi sappiano gestire questi spazi; è essenziale dar loro delle responsabilità. L’altra scommessa è quella della banca del tempo. Posto che è contemplata anche l’offerta libera, non vogliamo i soldi di chi usa le sale prove, vogliamo il loro tempo. Tempo ed energie che poi verranno reinvestite nelle attività di gestione e funzionamento o per l’allestimento delle attività ed eventi realizzati negli spazi della fondazione. C’è chi, con il metodo della banca del tempo, ha già dato la disponibilità di restituire quanto usufruito con un concerto.  

È un discorso che riguarda solo Siniscola? 

Assolutamente no. L’idea è quella di creare un network con gli altri Comuni che fanno parte di Mea. Vogliamo realizzare sale prove anche lì. Ma il network è anche in funzione della didattica. Pensiamo ai laboratori di musica di insieme e immaginiamo che durante uno di questi, che so, a Bitti, siamo momentaneamente sprovvisti di un bassista che ci può prestare Lodè. Ecco, con il network tutto ciò è possibile. È questo lo spirito che ci deve guidare per orientare in senso comunitario didattica, formazione, produzione e divulgazione. Qualche esperienza simile l’avevo fatta in passato con il consorzio “Quinto Moro”, con all’interno Nasodoble, Figli di Jubal, Pedditzi Trasporti, Rossella Faa, Carlo Doneddu e altri. Questo significa appartenere a una comunità, una realtà dove ognuno sviluppa autonomamente la propria produzione, ma con un sostegno collettivo. Ora la Scuola Mea è sostenuta da tutte le amministrazione comunali coinvolte, ed è questo il passepartout per creare una comunità musicale nel territorio e per il territorio. Ecco quindi il contrario del dispensario che ti dicevo: la Scuola deve essere una coperta calda che ti conforta, un mezzo che ti fa uscire da una dimensione di isolamento, di autoreferenzialità, di egocentrismo. Inclusiva, quindi.

Chiudiamo con l’inclusività. Come vi ponete con eventuali difficoltà di accesso ai vostri servizi?

Guarda, già con il meccanismo della banca del tempo veniamo incontro a chi non può permettersi una sala prove. Inoltre le nostre strutture sono a misura d’uomo, non esistono barriere che possano impedire la partecipazione di ragazzi con disabilità. Ma è proprio filosoficamente che evitiamo di vivere la questione come una problematica. Per noi è scontata la partecipazione di un disabile; l’handicap è di chi si pone il problema. Inoltre stiamo sviluppando dei progetti di inclusione insieme ad altre scuole civiche, come quelle dell’Ogliastra e della Montagna. La musica è tutto questo. Davvero non riesco a concepire un universo musicale differente. Quindi se prima ti ho detto che l’esistenza della Scuola civica oggi è un atto di resistenza, beh, forse dovrei dire in conclusione che siamo anche qualcosa di più.

27 Maggio 2021
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